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DI VIRGILIO

Monete bolognesi e circolazione monetaria a Bologna - 1a parte

di Michele Chimenti, da Panorama Numismatico nr.240 – maggio 2009

la zecca di BolognaLA STORIA DELLA ZECCA DI BOLOGNA CON L’ANALISI DI TUTTE LE MONETE EMESSE NEI SETTECENTO ANNI DELLA SUA STORIA.

Prima Parte*

Le monete emesse dalla zecca di Bologna e la storia di questa zecca sono già state descritte in più di una pubblicazione. Quindi ora mi limiterò ad una sintetica descrizione di questo aspetto, cercando piuttosto di chiarire quello dell’evoluzione della circolazione monetaria nel territorio bolognese costituita da moneta locale ma anche straniera.

*L’articolo è tratto dalla Strenna Storica Bolognese, anno LVIII, 2008, pp. 93-131. La bibliografia sarà riportata integralmente nella seconda parte dell’articolo.


La circolazione monetaria nel medioevo

Per la monetazione dell’Europa Occidentale, e quindi di Bologna, il Medioevo non inizia  con la caduta dell’impero romano d’occidente, ma all’epoca del Sacro Romano Impero di Carlo Magno e della sua riforma monetaria (fine dell’VIII secolo)1. Solo allora al vecchio sistema monetario romano-bizantino venne sostituito uno nuovo derivato in parte da quello delle popolazioni franche di origine germanica. La riforma di Carlo Magno si basava su un’unica moneta d’argento realmente battuta e chiamata denaro2 (peso di circa g 1,7, alla lega del 95%) (fig. 1, A). Esso aveva un valore corrispondente alla duecentoquarantesima parte di una libbra d’argento. Il denaro aveva dei multipli che però erano allora solo monete teoriche di conto: il soldo equivalente a 12 denari e la libbra (il cui nome si trasformò in seguito in lira) equivalente a 20 soldi, cioè a 240  denari3. Questo sistema restò in vigore nella maggior parte dell’Europa per oltre un millennio ed in Gran Bretagna sino al 1971 (1 sterlina = 20 scellini = 240 pence).

In epoca tardo-romana gran parte del circolante era di rame e così fu anche per tutto il Medioevo per quanto riguardava l’area del Mediterraneo meridionale sotto la dominazione bizantina o araba. Al contrario nell’Europa nord-occidentale, per tutto il Medioevo, solo il contenuto d’argento o d’oro determinava il valore delle monete, eccetto rare eccezioni. Seguendo questa regola le monete non potevano essere di rame puro e per le monete di minor valore si arrivò a leghe molto basse (monete di mistura) con un contenuto d’argento talvolta inferiore al 10%.

Aspetti della produzione e della circolazione monetaria

Per comprendere meglio la circolazione monetaria nel territorio bolognese è utile chiarire alcuni meccanismi che regolavano le emissioni di moneta e la sua circolazione sino alla fine del XVIII secolo. L’attività delle zecche non era costante e solo quando sul mercato iniziava a mancare il circolante veniva aperta l’officina monetale. La produzione delle monete era data in appalto ad un privato (zecchiere) che doveva attenersi a regole definite da un contratto notarile ed essere sottoposto al controllo di pubblici ufficiali. Solo nel tardo Medioevo le zecche di maggior importanza come Venezia e Firenze ebbero un’attività abbastanza stabile e lo zecchiere stesso era un pubblico ufficiale. Ma se le caratteristiche di una moneta erano determinate dal governo, quasi mai questo era in grado di definire l’entità delle emissioni. Erano i privati, di solito mercanti o banchieri, a portare il metallo di loro proprietà nella zecca ritirando poi le monete prodotte dopo che erano state detratte le spese di produzione e i diritti di coniazione (aggio) spettanti allo stato4. La zecca, oltre ad essere un mezzo di sviluppo economico ed un motivo d’orgoglio per gli stati, poteva essere una cospicua fonte di guadagno ma era indispensabile trovare il giusto equilibrio tra il guadagno dei privati e quello pubblico altrimenti nessuno avrebbe portato il proprio metallo.

Quando si decideva di effettuare una nuova emissione di monete era importante mettere in atto tutte le cautele possibili perché avesse successo, altrimenti le spese fisse per la conduzione dell’officina potevano rendere passiva l’operazione. Quasi sempre una nuova moneta imitava le caratteristiche intrinseche (cioè il contenuto metallico determinato dal peso e dalla lega) di una già affermata in modo da essere interscambiabile con essa5. Spesso per facilitarne l’accettazione si imitava anche l’aspetto morfologico.

Allo scopo di richiamare alla propria zecca il metallo dei privati si usava sovente l’accorgimento di ridurre di poco il contenuto d’argento delle proprie monete in modo che il valore dei nominali restasse invariato sui mercati ma fosse possibile ridurre le spese di produzione rispetto alle zecche concorrenti.

Un altro concetto importante era la “sovranità limitata” degli stati riguardo alle monete circolanti. Infatti le monete, poiché il loro valore era determinato essenzialmente dal contenuto metallico, circolavano con facilità da uno stato all’altro anche se i governi avrebbero desiderato l’uso esclusivo delle proprie per aumentare i guadagni delle loro zecche.

Dopo la comparsa dei grossi la circolazione monetaria risultò differenziata tra le classi sociali e in pratica esistevano due sistemi monetali separati: quello delle monete di mistura utilizzato in prevalenza dalla parte più povera e più numerosa della popolazione per i piccoli scambi quotidiani e quello così detto della “moneta reale”6, cioè di buon argento e d’oro, a disposizione dei ceti più ricchi.

La nascita del bolognino

Bologna ottenne dall’imperatore Enrico VI la concessione di battere moneta nel 1191. Prima di quella data vi circolavano denari milanesi e pavesi (fig. 1, B) (IX e X secolo), sostituiti poi da quelli di Verona e di Venezia7 (fig. 1, C) (XI secolo), ed infine dai denari di Lucca (fig. 1, D) e da quelli imperiali di Milano (XII secolo).

Il primo denaro emesso a Bologna (fig. 1, E) venne chiamato dal nome della città bolognino, come si usava spesso a quel tempo. Esso era di mistura perché la continua svalutazione del denaro, iniziata un secolo dopo Carlo Magno, aveva ridotto a tal punto il suo contenuto d’argento da renderlo una moneta troppo minuta e scomoda da maneggiare se non si fosse abbassata considerevolmente la lega introducendovi una notevole percentuale di rame.

Alla fine del XII secolo il valore unitario del denaro era talmente ridotto da rendere complicati i pagamenti di grossa entità8. Oltre ad usare monete d’oro provenienti dal Mediterraneo orientale e meridionale, molte zecche iniziarono a battere multipli del denaro, di buona lega d’argento e più pesanti (ad essi venne dato il nome di grossi)9. Di solito si trattava di soldi da 12 denari (fig. 1, F). Bologna li emise a partire dal 1236. Il nuovo soldo bolognese iniziò ad essere chiamato bolognino grosso10 per distinguerlo dal denaro il cui nome divenne bolognino piccolo.

Tabella 1 – Legende del rovescio dei bolognini e dei denari del tipo classico con  le quattro lettere in croce nel campo (al dritto era sempre presente BONONI-A).

Data autorità emittente legenda del rovescio campo
1191-1336 Comune ENRICIIS I.P.R.T.
1347-49 Fratelli Pepoli IA7IO.DE.PEPPLIS F.R.E.S.
1350-60 Giovanni Visconti IOhES.VICEC O.M.E.S.
1370-75 Gregorio XI GRE.GO.RIVS P.A.P.A.
1380-1443 governi diversi MATER.STVDI O.R.V.M.
1401-04 Giovanni I Bentivoglio IohS.D.BETVO G.L.I.S.

Nei secoli seguenti il termine bolognino rimase solo per il soldo bolognese, mentre il denaro era chiamato picciolo.

All’inizio sia il bolognino grosso che il piccolo avevano i tipi uguali e si distinguevano per le diverse dimensioni e la lega (il denaro aveva un diametro di 15 mm ed il grosso di 19)11.

Sulla faccia principale si trovava il nome della città in latino: nel contorno era scritto BONONI mentre nel campo della moneta c’era la grande lettera A. Sino al XV secolo questo fu l’aspetto distintivo del bolognino assieme all’altra faccia dove il campo della moneta era occupato da quattro lettere in croce. Per un secolo questa faccia rimase inalterata con il nome dell’imperatore che aveva concesso in diritto di zecca: ENRICVS e nel campo quattro lettere, I.P.R.T., disposte in croce12. In seguito la legenda di questa faccia continuò ad avere quattro lettere in croce nel campo ma erano diverse in base all’autorità emittente.
Le numerose zecche che emisero dei bolognini ad imitazione di quelli battuti a Bologna mantennero l’aspetto generale della grande lettera A e delle quattro lettere in croce ma naturalmente la legenda indicava il nome di un’altra città (FERRARI-A, ANCON-A, ECC.).

Dopo la vittoria dei Comuni sull’imperatore Federico II, Bologna che aveva attivamente partecipato alla guerra (battaglia della Fossalta nel 1249) iniziò ad estendere il suo predominio verso le città della Romagna. In esse, oltre ad imporre podestà bolognesi o quantomeno di suo gradimento, rese obbligatorio l’uso della propria moneta. In questo modo il bolognino divenne la moneta dominante in un’ampia area monetaria che successivamente si estese alle Marche.

Il ducato veneziano e lo scandalo dei grossi di Rascia

A quel tempo le monete d’oro e d’argento straniere circolavano con facilità13. Alla fine del XIII secolo i ducati d’argento di Venezia (fig. 1, G) erano accettati regolarmente a Bologna e la prova viene anche dagli atti di un processo intentato nel 1305 contro alcuni banchieri cittadini. Erano accusati di una grave speculazione effettuata importando in città dei denari di Rascia14 che erano dei grossi di aspetto quasi uguale a quelli veneziani ma di lega molto peggiore. Li avevano acquistati a prezzo ridotto nelle città in cui erano stati vietati per spenderli a Bologna allo stesso valore dei veneziani. Il problema era sorto per la prima volta a Venezia nel 1282. In quell’anno le autorità della città lagunare avevano ordinato a tutti i banchieri e bottegai di distruggere gli esemplari che giungessero in loro possesso; ma dopo tre anni il problema non era ancora risolto e fu prescritto di consegnare i grossi di Rascia in zecca dove sarebbero stati sostituiti con grossi veneziani buoni ma con una perdita del 12%.

Allora i possessori di quelle monete le cedevano ai banchieri o ai mercanti ad un prezzo ridotto ma sempre migliore di quello legale. I grossi venivano poi esportati in altri territori dove erano ancora accettati alla pari del grosso veneto; con questo stesso sistema migrarono in tempi successivi nel Friuli, in Lombardia, in Romagna, nelle Marche ed in Toscana. Il problema sorse a Bologna nel 1305. Qui, i primi a denunciare la situazione alle autorità furono i rappresentanti dell’Arte dei Mercanti appoggiati da altre Arti di artigiani15. Infatti se dovevano acquistare merci in altre città con i grossi di Rascia il loro denaro non era accettato. Fu deciso di adottare il metodo praticato a Venezia vent’anni prima e farli circolare ancora per due mesi al valore ridotto di 19 denari, poi sarebbero stati vietati. Si sperava che i banchieri (cambiatori) li avrebbero esportarti dove erano accettati al solito prezzo, ma è probabile che dopo vent’anni il trucco non funzionasse più. Il popolo che si sentiva truffato scatenò dei tumulti e il governo si vide costretto a trovare dei responsabili per punirli in modo esemplare. Dopo due settimane il processo sembrava avviarsi alla giusta conclusione16 ma una volta sbollita l’ira del popolo fu proposta una sanatoria probabilmente perché nello scandalo erano coinvolti dei personaggi troppo influenti.

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