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DI VIRGILIO 2

Le monete di Pavia

Le monete della zecca di Paviadi Gianni Graziosi

Lo studio della storia e della monetazione medievali ha conosciuto negli ultimi anni un momento particolarmente felice di ricerca e approfondimento. Gli appassionati di queste monete sono in aumento. Ora la bibliografia numismatica si arricchisce di questo piacevole e valido studio sul denaro papiensis. Le monete di Pavia, di Mario Limido e Giorgio Fusconi, è edito nei Quaderni di Panorama Numismatico, e non è la prima volta che Nomisma diffonde cultura numismatica attraverso la stampa dei quaderni; ricordo, ad esempio, I cornuti in Piemonte nel sedicesimo secolo, Il mezzo denaro inedito di Rimbaldo Cadurcense vescovo di Imola (1317-1341), Le zecche di Trieste e Gorizia-Vicenza.

La millenaria e prestigiosa zecca di Pavia ha avuto, nei secoli, alterne fortune. Aperta dopo la riforma dell’imperatore Aureliano, attorno al 275 d.C., nella città romana di Ticinum, restò in attività per circa cinquanta anni, poi venne chiusa. I Goti la riaprirono e la coniazione continuò con i Longobardi. Solamente il tremisse d’oro tipo stellato di Desiderio riporta la scritta Flavia Ticino. La produzione proseguì con Carlo Magno che attuò un’importante riforma monetaria basata sul monometallismo argenteo. Il nuovo sistema era basato su un unico nominale, il denaro, da una libra di argento si ottenevano 240 denari. Dopo un iniziale tremisse di Carlo Magno, con legenda Flavia Ticino, comparve il denaro col nome Papia, denominazione della città. Senza interruzioni, tutti gli imperatori del Sacro Romano Impero vi fecero coniare monete, di conseguenza la moneta pavese ha rappresentato per un lungo periodo, a partire dal decimo secolo, il circolante più diffuso nell’Italia settentrionale, tanto che erano utilizzate, per gli scambi commerciali, anche a Roma, nel sud Italia, arrivando a varcare i confini nazionali per giungere nel nord Europa. Ricordo che Pavia ebbe il ruolo di città capitale del Regnum italicum dal 774 al 1204, anno in cui il palazzo regio venne completamente distrutto da un furioso incendio.

Gli autori, nella pubblicazione, si occupano delle emissioni pavesi che vengono presentate in sequenza cronologica utilizzando gli studi più recenti. Nel volume sono documentati moltissimi denari e grossi, circa duecento. Le immagini sono tratte dalle collezioni pubbliche come dalle Civiche Raccolte Numismatiche di Milano, dalla Bibliothèque Nazionale di Parigi, dallo Staalliche Museen di Berlino, dalla ricca collezione Brambilla, conservata presso il Civico Museo di Pavia, da cataloghi d’asta e da listini a prezzo fisso; inoltre sono mostrati esemplari presenti in collezioni private. A questo proposito bisogna sottolineare il fatto notevole che, per la prima volta, sono documentate, attraverso fotografie, le monete della prestigiosa collezione Brambilla e questo grazie alla Direzione del Museo Civico di Pavia che ha concesso l’autorizzazione alla pubblicazione. Sicuramente un’iniziativa da elogiare, sperando possa essere presa ad esempio e possa quindi agevolare e favorire le collaborazioni, a volte piuttosto difficili, fra gli enti pubblici e i privati. Mario Limido e Giorgio Fusconi hanno inoltre affiancato le immagini delle monete della collezione Brambilla ai relativi disegni di Carlo Kunz, i quali erano riprodotti nelle tavole del volume Le monete di Pavia di Camillo Brambilla, pubblicato nel 1883. Questo, allo scopo di far apprezzare la fedeltà e la bellezza di questi disegni.
Le monete sono corredate dalla descrizione del diritto e del rovescio, dall’indicazione del metallo, dai valori metrici (peso e diametro). Non mancano, inoltre, i riferimenti bibliografici. Gli autori, sfruttando la loro esperienza e competenza, e basandosi sul numero di pezzi presenti nelle collezioni e sulla frequenza della comparsa nelle vendite pubbliche, arrivano a fornire l’indicazione del grado di rarità espresso in cinque categorie. Si parte da comune/non comune (NC) e si arriva ad estremamente rara (ER). In questo ultimo caso hanno pure indicato, quando possibile, il numero degli esemplari noti. Giustamente, gli estensori del volume informano il lettore che il grado di rarità indicato è puramente soggettivo, un’informazione che sarà particolarmente apprezzata dai collezionisti.

Si inizia con i denari “pesanti” di Carlo Magno (774-814) e si arriva ai grossi e denari di Federico II di Svevia (1220-1250); per ogni imperatore sono fornite succinte informazioni e notizie sulle monete coniate. Il denaro pavese inizia a perdere progressivamente peso e contenuto intrinseco di argento nell’età enriciana (1039-1125), fatto che comporta l’assunzione di un aspetto scuro. Per differenziarlo dal denaro pavese in buon argento, viene chiamato bruno o brunetto. Di ogni tipologia, gli autori indicano le principali varianti senza però fare un elenco dettagliato che avrebbe notevolmente appesantito il testo. Particolare attenzione è stata posta ai simboli che caratterizzano il rovescio soprattutto in epoca tarda: uno, tre o quattro bisanti, una mezza luna, un fiore, una stella, una piccola crocetta, un trifoglio.

Alla fine è presentata la bibliografia arricchita, quando possibile, dagli indirizzi web per la consultazione online delle opere citate.
In conclusione, un volume di grande interesse, di pratica consultazione, da leggere e conservare con cura nella propria biblioteca. Un grande plauso agli autori per questo lavoro che approfondisce gli studi sulla monetazione medievale in generale e, in particolare, su quella pavese.

Mario Limido e Giorgio Fusconi
LE MONETE DI PAVIA.
Dalla riforma monetaria di Carlo Magno alla seconda metà del XIII secolo
Quaderni di Panorama Numismatico
Nomisma, San Marino 2012
92 pp., 21 x 28,5 cm
50 euro.

Al momento il libro é esaurito in attesa di una ristampa.

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