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Roma - Generalità

Gli articoli di Panorama Numismatico Online della categoria Roma - Generalità.


Roma antica e il mare: la rappresentazione della nave sulle monete

asse romano

Foto 1

di Roberto Diegi

DAI PRIMI ASSI CON LA TESTA DI GIANO E L’IMMAGINE DI UNA PRORA ALLE MAIORINE DEL IV SECOLO, AL MARE E’ SEMPRE STATA DEDICATA UN’ATTENZIONE PARTICOLARE NELLE CONIAZIONI ROMANE, COSI’ COME E’ ACCADUTO NELLA STORIA DELL’IMPERO.

La prima cosa che uno pensa riguardo alla potenza militare di Roma e alle sue vaste conquiste militari è che questi risultati sono stati raggiunti grazie alle sue legioni di terra e alla loro perfetta organizzazione. Verissimo, ma non va dimenticato che Roma era collocata in mezzo al Mediterraneo e che il controllo del suo impero non poteva prescindere anche da un controllo del mare, sia militare che commerciale.

Non deve quindi stupire che Roma rappresentasse spesso la nave sulle sue monete, che – non dimentichiamolo – erano allora il primo e più immediato mezzo di “propaganda”. Antonio Morello, ha dedicato un importante studio sul potere marittimo di Roma nella monetazione repubblicana: io, molto più semplicemente, mi limiterò a una documentazione per immagini, allargando peraltro il mio orizzonte all’Impero.

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Corona laureata e corona radiata – Una questione spesso controversa

asse-in-rame-Tiberio

Foto 1. Asse in rame di circa 11 grammi coniato a Roma nel 14 d.C. da Tiberio per la deificazione del Patrigno Augusto. Al diritto, testa radiata di Augusto a sinistra. Cohen 249; R.I.C. 83 (ex asta Cronos 6 di Crippa).

di Roberto Diegi

IL SIGNIFICATO DELLA CORONA RADIATA SULLE MONETE TRA IL I E IL III SECOLO d.C. E LE RIFORME DEL SISTEMA MONETARIO ROMANO.

È convinzione diffusa e ben radicata che nella monetazione imperiale romana l’apposizione di una corona radiata, anziché laureata, sul capo dell’imperatore di turno avesse il preciso significato di valore doppio della moneta in questione. In linea di massima ciò è vero, ma non sempre è stato così.

Gli assi coniati da Tiberio per la divinizzazione di Augusto, ad esempio, portano tutti la corona radiata ed è ben certo che queste monete non erano dupondi, cioè due assi. Il notissimo conio che riporto (foto 1), coniato da Tiberio nel 14 d.C., dimostra chiaramente come la corona radiata non avesse, in questo caso, alcun significato di “doppio”. Ma anche sotto Nerone, si hanno indifferentemente assi e dupondi sia con la corona laureata che radiata. Riporto due dupondi, uno con la corona radiata (foto 2) e l’altro con quella laureata (foto 3).

Ma la questione della testa radiata che avrebbe dovuto distinguere le monete di valore doppio crea non pochi problemi anche dopo Nerone. Adriano ha coniato dei bellissimi dupondi dove l’imperatore appare sia con la classica corona laureata che con quella radiata ed è solo in base al peso e alla lega che si possono distinguere gli assi dai dupondi. Le foto 4 e 5 sono emblematiche al riguardo.

La circostanza che nel I e II secolo d.C. la corona radiata non indicasse sempre e necessariamente un valore dopppio è testimoniata anche da questa anomala moneta (foto 6) fatta coniare da Lucio Vero: asse o dupondio? Il peso (9,67 grammi) fa pensare ad un asse, ma il capo di Lucio Vero porta una corona radiata.

Segue: articolo completo in formato pdf da Panorama Numismatico nr.280 – gennaio 2013.

Il globo crucigero sulle monete

Solido Teodosio II

Foto 1. Solido di 4,48 grammi coniato da Teodosio II a Costantinopoli tra il 430 e il 440. Al diritto, busto elmato di fronte con lancia e scudo e legenda D N THEODOSIVS P F AVG. Al rovescio, Costantinopoli seduta tiene globo crucigero con legenda VOT XXX MVLT XXXX; CONOB in esergo. Cohen - ; R.I.C., 257 (ex asta NOMISMA 36/2008).

di Roberto Diegi

L’USO DI PORRE IL SIMBOLO DEL GLOBO CRUCIGERO SULLE MONETE SCOMPARVE IN EPOCA MEDIEVALE PER RIAPPARIRE TRA XVI E XVIII SECOLO.

Il globo crucigero (globus cruciger) è una sfera con in cima apposta una croce. È un simbolo cristiano usato sulle monete, nell’iconografia e nelle insegne regali. Esso rappresenta il dominio di Cristo (la croce) sul mondo (la sfera).

Il primo utilizzo conosciuto di questo simbolo sulle monete risale probabilmente alla prima metà del 400 d. C. dopo, ovviamente, l’affermazione del cristianesimo come religione principale: con sicurezza a partire dalle monete dell’imperatore Teodosio II.

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Il culto di Giove sulle monete romane

Giove su un bronzo Romano

Giove in piedi con fulmine e scettro su un bronzo dell'impero. La leggenda è IOVI CONSERVATORI

di Mariella Cambi Mariani

Per i Romani, Giove era il capo supremo degli dèi, i quali, più che virtù taumaturgiche, avevano personalità di carattere umano. Ne derivavano gli inconvenienti di una famiglia numerosa costretta alla coabitazione, con liti sempre aperte che il patriarca, anzichè sedare, spesso fomentava.

Il nome ha radici indoeuropee e significa risplendere al pari del corrispondente greco Zeus. Gli si attribuiva la spartizione dell’universo: a Plutone avrebbe assegnato il regno infernale e a Nettuno il mare, lasciando per sè la terraferma, più il cielo e l’aria.

Il Giove latino, o IVPPITER, fu comune a tutti i popoli italici e il primo epiteto che ricevette fu LVCETIVS, “apportatore di luce”. Al suo culto era preposto un sacerdote particolare, detto Flamen Diatis, che gli sacrificava una pecora bianca il giorno delle Idi, che cadevano il 13 o il 15 del mese. A quelle di ottobre, o Ferie lovis, si celebravano i ludi capitolini, perché il suo tempio principale era sul Campidoglio, accanto a quelli di Giunone e Minerva, e là i comandanti vittoriosi salivano a rendere grazie offrendo le spoglie del nemico ucciso. Il Grande tempio  era stato eretto nel  509 a.c.; prima di allora Giove era adorato semplicemente sulle are sacrificali sotto il simbolo di una pietra, con il nome di luppiter Lapis.

Articolo completo in formato PDF tratto da Panorama Numismatico nr.54/giugno 1992 – richiesto da un ns. lettore.

Due note abbreviazioni sulle legende delle monete romane

monete romane sesterzio

Foto 1

di Roberto Diegi

L’ORIGINE E L’USO DELLE ABBREVIAZIONI “P P” E “D N” IN EPOCA ROMANA

Chiunque prenda in mano una moneta imperiale romana non può non rimanere interdetto di fronte alla ricchezza dei termini contenuti nella legenda del diritto, quella che circonda normalmente la testa o il busto dell’imperatore. Moltissimi di questi termini sono poi abbreviati, complicando ancora di più la vita del malcapitato che, digiuno di numismatica classica, tenti di decifrare per intero la legenda, magari forte dei suoi studi umanistici, che peraltro in questi casi non servono a molto, anzi a niente. I collezionisti e i cultori di numismatica classica col tempo, l’esperienza e soprattutto con l’aiuto di qualche buon testo, hanno superato il problema acquisendo una, diciamo, relativa dimestichezza con le apparentemente enigmatiche legende monetarie.

Poco sopra ho scritto “numismatica classica” perché non solo la monetazione romana imperiale presenta questo “vizietto”: già in epoca repubblicana, i denari dei magistrati monetari abusavano delle abbreviazioni, probabilmente per mancanza di spazio sul tondello, creando così non pochi problemi ai decifratori. Stendo ora un velo pietoso sulle emissioni provinciali romane, nelle quali la lingua greca, già per se stessa oggi non frequentatissima, abusa ancor più delle abbreviazioni, causando spesso la ripulsa dei collezionisti nei confronti di questa serie, peraltro a mio avviso affascinante.

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